testi buddhisti

Bhavya: sogno o son desto?

Qualche tempo fa ho avuto a che fare con un breve testo conservato nel canone buddhista tibetano, il (Madhyamaka-bhrama-ghātaḥ, «La soppressione degli errori sul Madhyamaka», in tibetano: dBu ma ’khrul pa ’joms pa; MBG), di cui ora sto preparando una traduzione. Lasciando da parte tutte le varie particolarità di questo trattatello (ovvero che è attribuito ad Āryadeva, ma la paternità presunta è sicuramente errata), bisogna notare come esso non sia altro, in buona sostanza, che una lunga citazione da un’opera di Bhavya (VI sec. d.C.) la Madhyamaka-hṛdaya-vṛtti-Tarkajvālā (tib. dBu ma’i snying po’i ’grel ba rTog ge ’bar ba, «La torcia del ragionamento ovvero il commento alle Stanze sull’essenza del Madhyamaka»; TJ). Ora, il MBG, tra gli altri, riporta senza sostanziali differenze un verso delle Madhyamaka-hṛdaya-kārikā (tib. dBu ma’i snying po tshag le’ur, «Stanze sull’essenza del Madhyamaka»; MHK) sempre di Bhavya, così com’esso compare nella traduzione tibetana della TJ (qui lo riferisco dall’edizione sDe-dge del bsTan-’gyur):

| dper na gnyid log gnyid dbang gis |

| bu dang bud med gzhal med khang |

| gnas la sogs pa mthong gyur pa |

| sad na de la mi mthong ltar |

Che traduciamo così: «Ad esempio, uno che è caduto addormentato poiché preda della stanchezza, ha visto [in sogno di avere] figli, spose, immensi castelli, terreni, ecc.; [ma] una volta sveglio, quello [di certo] non vede [più tutto ciò]».

BhavyaA questo punto non ci sarebbe alcun problema se un’edizione di quel che ci rimane del testo sanscrito delle MHK (che fortunatamente annovera anche il nostro verso) non fosse stata pubblicata da Ch. Lindtner per la Adyar Library (Madhyamakahṛdayam of Bhavya) già diversi anni fa (ma solo in questi ultimi tempi ho avuto l’occasione di studiarlo). Il Verso in questione è così edito da Lindtner:

yathā prasuptaḥ putra-strī-vimāna-bhavanādikam | paśyet siddhavaśāt tatra pratibuddho na paśyati || (MHK 3,253)

AtishaIl problema, qui, è il termine siddha-vaśāt, il quale non corrisponde affatto al tibetano gnyid dbang gis (infatti per siddha-vaśāt ci si sarebbe dovuti aspettare grub [pa’i] dbang gis). Dobbiamo inoltre notare come i colophon di tutti e tre questi testi (MHK, TJ, MBG) ci informano che essi sono stati tradotti in tibetano da Atīśa Dīpaṃkaraśrījñāna e dal bhikṣuḥ TSHul-khrims-rgyal-ba (alias *Śīlajaya o *Jayaśīla), entrambi attivi nel X-XI secolo d.C. Questo ci consente di supporre una ragionevole omogeneità tra le tre traduzioni.

Dunque: gnyid dbang indica «uno in preda alla stanchezza» (la particella gis rende qui l’ablativo sanscrito vaś-āt) e ben si attaglia al tenore generale del verso. Invece, siddha-vaśāt potremmo tradurlo con «sotto il controllo di ciò che è stabilito» (lettura che non ha molto senso nel presente contesto), oppure con «sotto il contronllo di uno uomo dotato di poteri magici» (un siddhaḥ indica infatti anche una persona che abbia conseguito potestà sulle forze sovrannaturali, ed in questo caso, la capacità di far addormentare). La seconda accezione di siddha-vaśāt potrebbe anche essere accettabile, ma solo se il testo di Bhavya fosse stato scritto almeno attorno al VIII sec. d.C., epoca in cui la figura del potente siddhaḥ iniziò ad emergere e a consolidarsi. Non resta che concludere che la lezione corretta sia da ricercarsi a partire dal tibetano, e non dal sanscrito di Lindtner. A tale proposito, troviamo l’edizione appropriata del verso in questione in Y. Ejima, (Chū-gan shi-sō no ten-kai: Bhāvaviveka ken-kyū, Shunjūsha, Tōkyō 1980), il quale riporta middha-vaśāt, il perfetto corrispondente sanscrito di gnyid dbang gis. A parte la facile confusione dei grafemi mi (mi) e si (si) nei manoscritti sanscriti, cosa che può dare origine a letture errate, la versione di Ejima è comunque confermata dal commento della TJ (che qui riporto dall’edizione sDe-dge): dper na gnyid log pa’i rmi lam na med bzhin du yang gnyid kyi dbang gis bu mchog tu yid du ’ong ba («ad esempio, in un sogno durante il sonno, nelle profondità della mente di un ragazzo, poiché preda della stanchezza, pur non esistendo, appaiono…»).

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