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Quando la ricerca è fatta con i piedi, allora funziona

Pare che sempre più numerose siano le società tedesche intenzionate a delocalizzare la ricerca in Asia. Tanto per fare un esempio, la nota marca di abbigliamento sportivo Adidas ha già inaugurato da tempo due centri di ricerca, uno a Shanghai e l’altro a Tokyo, per poter studiare dei modelli di scarpa che siano adatti alla conformazione tipica dei piedi orientali, più piccoli e più larghi di quelli europei o americani, stando almeno alle affermazioni di Katja Schreiber, portavoce Adidas. Al colosso tedesco – che solo l’anno scorso ha fatturato 10 miliardi di euro e prodotto 170 milioni di paia di scarpe –, quindi, interessa l’Oriente: la Schreiber infatti confessa che «la nostra ambizione è di avere calzature perfette per ogni tipo di sport e di piede. La scarpa da corsa adiZero, per esempio, ha una suola più larga e più piatta del normale in modo da essere calzata bene dai corridori asiatici».

Un negozio Adidas a Shanghai

Ma oltre ad Adidas, si possono ricordare anche Bosch, che ha più di 4.000 programmatori informatici di stanza a Bangalore, e Bayer, che sta avviando un laboratorio di ricerca a Pechino per una spesa di circa 100 milioni di euro.

Ora, viene da riflettere al fatto che la delocalizzazione della ricerca, oltre che della produzione, serve a far fronte a delle esigenze, per dir così, razionali: anzitutto, produrre in Asia permette di avere manufatti a costi decisamente inferiori rispetto a quelli prodotti in Occidente – il che significa solo che la merce può essere venduta a misura di tasche orientali poiché se constasse di più probabilmente non sarebbe acquistata –, poi, impiantare centri di ricerca in Asia permette alle aziende europee di gestire, direttamente dall’interno delle società asiatiche, la propria fetta di mercato e, per finire, alle aziende serve la sempre più approfondita e rigorosa preparazione dei tecnici locali (gli ingegneri cinesi, gli informatici indiani, ecc.).

Al Bosch training center di Bangalore si testano anche i motori della TATA

Tuttavia, questa non è una stada a senso unico, e a stemperare gli animi di coloro che ritengono sia in atto un progressivo ma inesorabile trasferimento del mercato verso Oriente (ma si potrebbe parlare anche del Sudamerica), Holger Ernst, della Otto Besheim School of Management, fa presente che – almeno nel caso della Germania – ciò che si disloca è solo la “piccola” ricerca, ossia quella che si occupa più della forma che della sostanza, come ad esempio la personalizzazione dei prodotti. Gli studi più sofisticati ed innovativi, invece, si svolgono nei laboratori delle, per dir così, case madri tedesche.

In effetti, l’organizzazione e la direzione della ricerca che c’è in Europa è qualcosa che ancora in Cina o India non esiste… nondimeno, l’Asia sta dimostrando di bruciare le tappe e ci vorrà ben poco tempo a che i giovani orientali di domani siano forniti dei mezzi, non solo economici, ma anche culturali, necessari per poter avviare centri di ricerca paragonabili a quelli gestiti dalle aziende europee. La sfida del dislocare ricerca e sviluppo, quindi, non si gioca su chi ce la fa per primo, ma su chi saprà accaparrarsi i collaboratori migliori. E tanto per tornare alla notizia d’apertura, possiamo dire che la Germania è già partita… con il piede giusto.

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