economia · politica · società

La Cina e l’India nell’Italia degli ottusi

«La crisi di oggi è strutturale e non congiunturale. Siamo di fronte a una fortissima concorrenza che viene dall’India e dalla Cina. In soli tre anni la Cina aumenta la propria forza lavoro di 23 milioni di persone quanto cioè il numero della forza lavoro di Inghilterra, Francia e Italia» ha detto a Matrix il cakravartin Silvio Berlusconi soggiungendo di «temere che molte imprese europee possano delocalizzare» in Cina, paese in cui è noto che la manodopera ha un costo decisamente inferiore rispetto agli standard europei. Poi, l’illuminato statista ed economista si lancia in una anticipata previsione degna dei più attenti osservatori di politica internazionale: «se quello che si è chiuso è stato il secolo di Europa e Stati Uniti, quello che si è aperto sarà certamente il secolo della Cina».

Peccato che la delocalizzazione non dipenda solamente dal costo della manodopera, ma soprattutto dalle tassazioni alle imprese e dalle agevolazioni fiscali. Ne sanno qualcosa in Irlanda, Paese in cui le ditte pagano circa il 12% di tasse ed il resto degli introiti (ovvero circa l’88%) rimane a disposizione per essere investito, per permettere ammodernamenti, premi produzione, nuove assunzioni o quant’altro. Ecco quindi che l’Europa considera con sospetto la semplice politica fiscale irlandese, che – ma guada un po’! – attira continuamente aziende e ditte (soprattutto informatiche). Quindi, non serve andare troppo lontano per osservare il fenomeno della delocalizzazione: in Irlanda è da tempo in atto, infatti, una delocalizzazione dall’Europa all’Europa, con buona pace dell’Europa tutta.

Parlare di Cina ed India come di due voragini che assorbono le produzioni europee e contro cui c’è poco da fare perché in quei paesi non vige una regola sociale e di tutela del lavoro come  da noi è, se resta a questo banalissimo livello, una semplificazione decisamente ottusa, pensata per l’appunto da un ottuso. Al di là di queste ottusaggini, dunque, ciò di cui il nostro Primo Ministro sembra non curarsi affatto – continuando invece ad esibire in ogni (sbagliata) occasione un sorrisetto beota – è affrontare con serietà, ed al di là dei soliti slogan ottusi, il problema delle tassazioni, decisamente eccessive (68,6%), che una qualsiasi impresa italiana deve quasi impossibilmente sostenere se vuole restare nella legalità. Si obietta che le tasse sono troppo alte perché molte ditte già evadono? Obiezione respinta, poiché forse ricorderete che, appena qualche anno fa, lo stesso Berlusconi ha affermato che le tasse sono giuste solo se pari al «33%, se vanno oltre il 50% allora è morale evaderle». Capite: è morale evaderle! Se la matematica non è un’opinione, 68,6% supera di ben 18,6 punti percentuali il 50%: quindi va dedotto (attenzione, questa è una banale inferenza logica) come sia altamente morale, è moralissimo, evadere le tasse!!

In realtà, la lotta all’evasione si combatte, banalmente, facendo lotta all’evasione (proprio come fanno in USA dove le tasse sono considerate un bene sacrosanto, una cosa pubblica nel senso più nobile del termine!) e non ripetendo inefficaci ottusaggini o additando mali maggiori, spesse volte non ben definiti o troppo distanti – geograficamente, intellettualmente, storicamente – per poter essere affrontati in modo costruttivo. Ora, non penso neppure lontanamente che vi sia una formuletta, applicabile universalmente, con cui risolvere il problema della cosiddetta delocalizzazione, tuttavia, se uno Stato vuole garantirsi non maggiori, bensì regolari entrate fiscali e la permanenza delle imprese sul territorio (che, poi, il punto sta tutto qui), il metodo irlandese è decisamente più efficace di quello italiano, dove più della metà di ciò che si guadagna – si badi: di ciò che sia i dirigenti, sia i dipendenti guadagnano! – finisce all’erario: a chi verrebbe in mente di restare in un luogo in cui, per usare un’immagine forte, si ruba ai poveri per dare ai ricchi?

Quello che manca, qui, è però qualcosa di più profondo, costitutivo e radicale della buona condotta fiscale, del lavoro, della lotta alla disoccupazione: è l’etica, la morale della cosa pubblica, l’onestà, la civiltà, l’intelligenza… tutte virtù di cui lo stesso Berlusconi, per primo, ottusamente difetta (come egli stesso dà indubitabile prova ad esempio nel video qui sotto, che stride così fortemente con l’istituzione pubblica da lui, haimè, rappresentata).

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