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INDIAN FACES: da New York a Trieste, fino al 14 ottobre

Dopo il successo di pubblico e di critica ottenuto a maggio ai TriBeCa Cinemas e all’Asian Society di New York, in occasione del New York Indian Film Festival, Alberto Moretti e Giulia Iacolutti riportano in Patria la bella mostra di ritratti INDIAN FACES, che questa volta, oltre ad avere alcuni scatti inediti, ha l’incisivo sottotitolo Da Mira Nair a Salman Rushdie, occhi e volti del potente cinema indiano. L’esposizione, visitabile gratuitamente presso la hall della Camera di Commercio di Trieste (dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 19.00), è stata inaugurata giovedì 29 settembre e chiuderà il 14 ottobre, ed è un evento in collaborazione con la Camera di Commercio di Trieste e triestèfotografia, con il sostegno di PMP Industries e OAK Europa, con la partecipazione delle cantine Pitars di S. Martino al T.to e del ristorante Krishna di Trieste.

INDIAN FACES è un progetto avviato a novembre 2010 durante la decima edizione newyorchese dell’Indian Film Festival, in cui Moretti ha cominciato a ritrarre gli esponenti del cinema e della scena culturale indiana e indo-americana. È seguito quindi l’invito e la relativa esposizione del maggio 2011, dimostratasi un vero successo per il particolare approccio al ritratto, fortemente emotivo, compositivamente spericolato, tecnicamente ineccepibile, a conferma dell’abilità fotografica del fotografo friulano.

Eventi come questo segnano decisamente la temperie di un’epoca, quella presente, in cui la colossale industria bollywoodiana si sta affermando sempre più anche al di fuori dei confini dell’India o dei ristretti circoli di appassionati. Bollywood sta diventando di fatto un costume, sta dettando – assieme a, e forse anche più di Hollywood – le nuove tendenze cinematografiche e non. Oramai lontani dai primi pionieristici tentativi di far interagie sulla celluloide l’Occidente e l’India – esempio chiarissimo di cuò fu ed è James Ivory con capolavori come Il capofamiglia, Il guru, Il racconto di Bombay, ecc. –, negli ultimi tempi Bollywood sta catalizzando sempre più l’attenzione su di sé, sia perché rappresenta un’industria alla continua ricerca di sbocchi e di novità (e quindi di locations più o meno esotiche, di set che possano affascinare gli spettatori indiani, ecc.), sia perché molti registi ed attori che storicamente possiamo definire l’emblema dell’Occidente iniziano a strizzarle l’occhio (basti pensare a Silvester Stallone in Kambakkth Ishq), e questo accade anche in casa nostra (il caso di Violante Placido in Barah Aana ne è un ottimo esempio).

Un momento dell'inaugurazione, presso la hall della Camera di Commercio di Trieste (da sinistra: Walter Stanissa della Camera di Commercio, Alberto Moretti, Giulia Iacolutti, Alessio Curto di triestèfotografia)

L’Italia di certo non è tra gli stati più virtuosi in quanto a contaminazioni cinematografiche bollywoodiane ed è proprio per questo motivo che una mostra come INDIAN FACES può portare il cinema indiano a contatto con il pubblico che ancora non ne sa molto in materia. Dietro la fissità della foto, il visitatore potrà infatti scorgere la densità dinamica del regista, dell’attore ritratto, delle loro opere. L’occhio è qui accompagnato e, quasi, educato all’osservazione di volti che forse non ha ancora avuto occasione di decifrare nella loro essenza, nelle loro linee naturali o espressive. L’approccio alle foto resta sempre, per dir così, facilitato poiché Alberto Moretti coglie i personaggi ritratti in modo quasi “svestito”, ovvero depurato da sovrastrutture culturali. Il primo piano, in effetti, non lascia alcuno spazio all’intromissione di oggetti, sfondi e quant’altro possa “viziare” l’interpretazione del viso (a parte il bindu di Suhashini Maniratnam, che però resta un cameo). In tal senso il volto esprime se stesso ma non necessariamente un contesto. Ciò indubbiamente rappresenta un ottimo esempio di fotografia “introspettiva”, soprattutto se si fa attenzione alla particolare cura nei confronti del “gesto visivo”. Gli occhi qui diventano davvero, come diceva Platone, veicolo dell’interiorità (il visitatore noterà l’intelligente stanchezza in Mohan Agashe, il serio scrutare di Natvar Bhavsar, l’austera curiosità di Sundaram Tagore, la divertita ironia di Rishi Kapur). In sostanza, e in modo un po’ paradossale, il valore delle fotografie sta tutto nel fatto che in esse non si vede l’India, si vedono gli indiani, ma come se non fossero indiani. Si vedono le star, ma come se non fossero star. Qui c’è spazio solo per le persone. L’assunto di fondo resta dunque la considerazione che, se Bollywood è in grado oramai di imprimersi potentemente in Occidente, anche la sensibilità occidentale, incarnata dalla macchina fotografica di Alberto Moretti, sarà capace di rileggere Bollywood con spirito nuovo, non necessariamente viziato dai preconcetti generalmente evocati dal termine “India”. È questo gioco teorico, che s’instaura tra l’occhio occidentale e il soggetto orientale, per dir così, depotenziato di ogni aspettativa estetica o culturale, a rappresentare la seduzione di INDIAN FACES, che si snoda in più di venti ritratti: Deepti Naval, Nandana Sen, Mani Ratnam, Seema Biswas, Ajay Naidu, Samrat Chakrabarti, Raj Nidimoru, Tannishtha Chatterjee, Dr Mohan Agashe, Srijit Mukherji, Rahul Bose, Cary Sawhney, Sanjoy Nag, Srinivas Krishna, Sundaram Tagore, Salman Rushdie, Natvar Bhavsar, Suhashini Maniratnam, Rishi Kapoor, Mira Nair, Aparna Sen, Dipti Mehta.

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