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Alberto Moretti… figlio della mezzanotte

mid-chilI Figli della Mezzanotte è il nuovo film, da poco nelle sale italiane, della regista Deepa Mehta, indiana residente in Canada. Tratto dal best seller e pluripremiato Midnight’s Children (1981) di Salman Rushdie, è una storia dai tratti allegorici che si sviluppa prima e dopo l’indipendenza indiana e la sua divisione geopolitica.

Sono sempre stato dell’opinione che le opere cinematografiche non debbano mai essere messe a confronto con l’opera letteraria da cui sono tratte. La letteratura si fonda su un processo immaginativo, ed esprime la sua forza nella capacità di suggestionare, tale che ognuno di noi possa dare una lettura personale dello scritto, visualizzando le scene, figurandosi le voci e così via. Nel film, invece, questa mediazione fantastica è fatta per noi dallo sceneggiatore e dal regista. La sceneggiatura, scritta dallo stesso autore del romanzo – lo stesso letterato dei discussi Versi Satanici -, ci dice pertanto della volontà di comporre un testo nuovo, diverso dall’originale e capace di adattarsi a una contemporaneità che non è quella di oltre trent’anni fa (1981-2012); una nuova storia in cui la trasformazione del gusto, della sensibilità, della civiltà, ha agito sull’originale, facendoci vedere l’ultimo strato della sedimentazione dell’idea primigenia di un indiscusso intellettuale. Il film è pertanto molto ben riuscito, di grande lucidità narrativa, con un evidente scopo politico e didattico: narrare cosa è successo storicamente in uno dei primi Paesi orientali globalizzati della Storia del Novecento. La storia e la visione registica narrano le vicende con un’attenzione superlativa agli aspetti visivi, dove le inquadrature sono minuziosamente studiate, i colori sopraffini, i movimenti di macchina eleganti, con lo scopo di portarci con forza dentro lo Spirito dei Tempi. La regista Deepa Mehta non teme di prendere una posizione netta su ciò che racconta, e ci resta la sensazione di essere parte di un grande gioco che va oltre il film: il gioco dell’Esistenza, in cui noi possiamo ben poco, in cui il nostro destino è sostanzialmente indipendente dalle nostre volontà, che non possono che cercare di adeguarsi alla casualità degli eventi che ci si pongono davanti. Potremmo essere noi quelli cui hanno scambiato il bracciale di riconoscimento immediatamente dopo nati, vivendo pertanto un destino che non ci sarebbe spettato. Questo è il grande insegnamento, dal sapore molto contemporaneo, del film. Il realismo magico dell’opera letteraria ha lasciato il passo a una sorta di realismo fatalistico, che possiamo comprendere bene godendoci il film, un fiume in piena in cui è più facile abbandonarsi che opporre resistenza.

Presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival a settembre 2012, è appena stato presentato con un evento speciale a New York come evento-anteprima dell’annuale New York Indian Film Festival (NYIFF) in programmazione a Manhattan dall’1 al 5 maggio. L’organizzatore del Festival, l’Indo-American Arts Council di New York, nelle edizioni del 2010 e 2011 decise di collaborare con me, e per entrambe le edizioni ho ritratto tutti gli ospiti più importanti, dai giovani emergenti alle star internazionali. Della settantina tra attori, registi, produttori che ho fotografato, cinque di questi sono direttamente parte di Midnight’s Children: Salman Rushdie (sceneggiatore); Rahul Bose, Samrat Chakrabarti, Seema Biswas (attori); Dilip Mehta (coproduttore, fratello della regista Deepa Metha); Aroon Shivdasani (direttrice del NYIFF). Nell’edizione del 2010 sono stato in qualche modo testimone della nascita del film, di cui c’era già sentore, dovuta all’azione di Aroon Shivdasani, direttrice esecutiva del Festival. Il mio lavoro ritrattistico è diventato poi una doppia esposizione, INDIAN MOVIE FACES, nel 2011 al Tribeca Cinemas e all’Asia Society a Manhattan e nel 2012, impossibilitato a parteciparvi per via di una nuova mostra che si sarebbe poi tenuta a Mosca, in una sezione dedicata nel sito web del NYIFF. In Italia l’esposizione è stata ospitata due volte nella città di Trieste, a Maremetraggio, Festival dei corti e delle opere prime, e presso la Sala della Meridiana della Camera di Commercio della Città.

Il mio lavoro ritrattistico ha sempre lo scopo di dare lettura interpretativa del carattere e della personalità del soggetto, concentrandosi sulla sua immagine corporea e su come essa viene percepita. Quando ritraggo attori, danzatori, registi e scrittori che per lavoro agiscono sulla loro multipersonalità il mio obiettivo è sempre quello di demolire la loro attitudine recitativa per farli entrare nella loro sfera più intima. A New York questo è stato particolarmente stimolante perché ho voluto fotografarli in situazioni che li mettessero in chiara difficoltà: sulle scale, nelle cucine e nelle cantine dei teatri, nei corridoi, con tutto attorno il traffico del Festival; ho poi fotografato sotto ogni fonte luminosa, una più inadeguata dell’altra.

Il ritratto fotografico è sempre una questione di relazione col soggetto: la persona deve essere calma e a proprio agio, il fotografo deve essere concentrato. E ci vuole tempo. A New York ho invece programmaticamente voluto mettermi nelle condizioni di fare tutto nel disagio maggiore e nel più breve tempo possibile. Una vera e propria guerra contro il tempo e contro la struttura psicologica che avevo davanti. Salman Rushdie, opportunamente accompagnato dalla direzione del Festival, lo fotografai sulle scale di servizio di accesso alle cucine del Teatro poste nel sotterraneo. La parete in cemento bianco grezzo poteva essere adeguata, ma le luci a neon verdognole erano una meravigliosa sfida per il fotografo. Con un piede su uno scalino e l’altro in posizione instabile su quello più sotto, Salman Rushdie, diretto nello sguardo, doveva essere affabilmente indirizzato a una posizione del volto che potesse accordarsi con quelle luci e quelle ombre portate. Una situazione che avrebbe spazientito chiunque tra un’intervista e un’altra; sentivo che avevo poco tempo disponibile e ce la feci in 3 minuti. Rahul Bose e Seema Biswas mi furono offerti sulla scena della sala di proiezione sostanzialmente buia al Lincoln Center: due attori introversi e seri, certamente non rassicurati dal metodo fotografico e dalla situazione di ripresa. Ma era così che avevo voluto per ottenere il risultato che mi ero prefissato. Due fiochi fari da sala mettevano a dura prova la necessaria pratica ipnotica verso il soggetto con la grande difficoltà tecnica. Mi ci vollero 4 minuti a testa. Fu più facile con Samrat Chakrabarti e Dilip Mehta, istrionici e divertenti, con i quali mi sbrigai in 2 soli minuti di attenzione. Avrei poi espresso ogni sfida al Tempo l’anno dopo, quando per ritrarre Mira Nair impiegai 25 secondi, ma che per la situazione mi sembrarono un’eternità.

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