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L’architetta indiana Amritha Ballal in un’intervista esclusiva per Crocevia…

Amritha Ballal
Amritha Ballal

Amritha Ballal è una giovane architetta di 28 anni, contitolare a Nuova Delhi dello studio SpaceMatters. Nel 2012 ha anche contribuito a fondare ARCHI-lab (Action Research for Critical Habitat Innovation Laboratory), un laboratorio internazionale di architettura. L’abbiamo raggiunta nel suo studio per una chiacchiera molto piacevole.

Gentile Architetto, sul sito web del vostro studio, SpaceMatters, voi dichiarate apertamente e con chiarezza quali sono le linee guida del vostro lavoro. Tale chiarezza di idee e la loro concreta applicazione nell’attività progettuale l’hanno fatta essere presente nella Emerging Woman Architect shortlist 2013. Dopo questo riconoscimento, ha particolari ambizioni per il futuro?

In India abbiamo a che fare con globalizzazione e urbanizzazione senza precedenti, che interessano milioni di persone trasformando radicalmente il modo in cui oggi si costruisce e si vive. Il disegno progettuale è però prevalentemente percepito come un ambito rarefatto e accessibile a una piccola élite. In SpaceMatters lavoriamo costantemente per integrare ricerca e pratica, per capire e articolare meglio il nostro compito progettuale, in modo da capire meglio, e far capire, come il nostro habitat costruito venga percepito, concepito e realizzato.

Visto che ha affrontato entrambi i temi, lei è caratterialmente interessata di più alla progettazione di grandi opere pubbliche o di grandi insediamenti umani?

Sono sempre molto interessata ed entusiasta di esplorare la sinergia tra scale e contesti diversi, come le diverse esperienze progettuali che facciamo intreccino reciprocamente questi elementi. Piuttosto che prestare attenzione sulla progettazione urbana e architettonica distintamente, noi lavoriamo per riconoscere e rispettare le dinamiche che intercorrono tra le differenze di scala, come si sovrappongono e si interconnettono. Una casa è anche una parte del tessuto di una città, come lo è una piazza pubblica. In modi diversi sia la piazza che la città a cui appartiene contengono il proprio universo, ma sempre in relazione allo spazio circostante.

Noi che dall’Italia guardiamo al subcontinente indiano con fascinazione e curiosità per l’evolversi delle situazioni sociali ed economiche, ci racconta qual è il ruolo della donna nell’ambito professionale indiano?

C’è un numero crescente di donne, nelle professioni progettuali, che sta svolgendo un lavoro esemplare. C’è ancora molto spazio di miglioramento, soprattutto se si guarda alla presenza delle donne nelle posizioni decisionali, sia negli organi direttivi della professione sia nelle istituzioni educative. Inoltre fattori più grandi, come la mancanza di mezzi di trasporto pubblico, i problemi di sicurezza delle donne e le aspettative della società consolidata e tradizionale, come per esempio tra i costruttori, finiscono per condizionare le decisioni individuali delle donne di intraprendere queste carriere. Sono però molto ottimista sul fatto che avremo sempre più donne che lasceranno un segno nella professione.

E per quanto riguarda la situazione dei concorsi di architettura in India?

Dovrebbero esserci molti più concorsi di quanti ci siano, inoltre molti soffrono sia di mancanza di professionalità che di trasparenza, Spesso poi le gare sono condotte con insufficiente pianificazione riguardo a come poi effettivamente realizzare i progetti vincitori. Negli ultimi tempi la situazione è comunque molto migliorata. In India negli ultimi due anni ci sono stati due o tre concorsi internazionali di alto profilo, gestiti professionalmente e che hanno generato molto interesse e consapevolezza. Mi preme qui mettere in evidenza che in molti concorsi internazionali fatti qui in India, i criteri di prequalifica mettono la maggior parte dei professionisti indiani locali fuori gioco, almeno come progettisti leader, e questo deve necessariamente cambiare. Voglio comunque sottolineare che nei concorsi è necessario un ambiente sano, che permetta ai giovani di emergere rispetto ai grandi nomi già conosciuti e consolidati.

Lei ha una direzione ideologica o teorica riguardante l’uso di materiali in architettura? Ha qualche predilezione personale su qualche materiale?

In linea di principio cerchiamo materiali di origine locale, impegnandoci a evitare un impatto ambientale negativo, per quanto possibile. Che è molto diverso dal sostenere che ogni materiale offre possibilità illimitate. Noi oggi abbiamo tante possibili scelte a riguardo, e parte del mio apprendimento professionale è stato quello di considerare i materiali sia con un senso di libertà che di disciplina.

Composizione, funzionalità, tecnologia, economia, ambiente: quale di queste categorie ritenete siano dominanti nella sua visione dell’architettura?

La Funzione, ma interpretandola nel modo più olistico possibile: per noi racchiude composizione, tecnologia, economia e altro ancora. Poi l’ispirazione, che è anche una funzione dello spazio, come anche l’efficienza. Architettura è tanto una funzione del corpo e dell’anima come della mente.

Supponiamo che lei diventi una archistar in breve tempo (cosa che speriamo avvenga presto): pensa che sarebbe in grado di mantenere il rigore professionale e ideologico che contraddistingue il suo lavoro anche quando un cliente importante potrebbe cercare di ottenere qualcosa su cui non è d’accordo?

Noi a SpaceMatters siamo molto interessati a capire ciò che i nostri clienti vogliono, cercando di superare le loro aspettative. Non solo in relazione a ciò che possiamo offrire, ma molto spesso rispetto anche a ciò che un progetto può diventare ed essere. Cominciamo condividendo una visione, poi collaboriamo con i nostri clienti per realizzarla insieme consapevolmente. Se i risultati sono stati meno soddisfacenti dell’idea, abbiamo imparato che avremmo potuto fare meglio nel giungere alla trasformazione della visione in architettura. Nel corso del tempo abbiamo poi sviluppato meglio l’istinto che ci permette di individuare il tipo di clienti con cui lavoriamo meglio. Sbagliamo ancora, naturalmente, ma quando succede resisto alla tentazione di trovare qualche nonsenso pseudo-teorico che ci giustifichi, e cerco di ammettere che abbiamo valutato male. Inoltre, SpaceMatters non sta puntando allo status di archistar, né cerca di spingere un’ideologia; cerchiamo solo di fare al meglio il nostro lavoro o, come si dice in India, di esprimere il nostro karma meglio che possiamo.

Apprezza qualche architetto italiano del passato o del presente?

Renzo Piano. Il suo miglior lavoro ha grandi idee e straordinari approcci, lavorando sui ribaltamenti di prospettive consolidate, pur portando precisione e poesia nel più piccolo dettaglio. Crea un’architettura che è tellurica e aerea allo stesso tempo. Assistere a un concerto jazz all’aperto al Parco della Musica di Roma progettata da Piano, è stata di gran lunga una delle migliori esperienze che abbia mai avuto. Riguardo al passato, non saprei nemmeno da dove cominciare. L’arte italiana, l’architettura e la storia hanno formato la mia sensibilità ancora prima che scegliessi di fare l’architetto. L’estetica, la progettazione e il design sono così tanta parte della vostra cultura! Io sono molto colpita e influenzata da come questa cultura dell’innovazione progettuale sia stata consapevolmente coltivata fino ad oggi, da allora, in ogni campo della progettazione e del design italiano. ‘Design italiano’ significa grande qualità e innovazione. Abbiamo anche noi indiani un innato senso estetico, ma non è stato ancora così potente da poter creare l’impatto che oggi potrebbe avere.

Nelle università di architettura italiane, con la loro fortissima tradizione storica, la storia dell’architettura è ancora la linfa vitale della formazione architettonica: com’è l’approccio all’insegnamento in India?

Noi in India abbiamo una sbornia di Le Corbusier, la nostra educazione architettonica è così influenzata dal Modernismo che spesso non viene nemmeno criticato o messo in dubbio. Contrariamente a quanto avete saputo fare voi italiani, come detto prima, il nostro patrimonio architettonico tradizionale è per lo più relegato ad essere considerato soltanto “storia”, con pochi tentativi di utilizzarla per arricchire e influenzare i nostri stili di vita attuali e persino la nostra identità. Questa è davvero vergognoso, visto che molte tradizioni costruttive che sono durate per secoli sono ancora vive oggi in India, e questo essere disconnessi dal nostro contesto storico si manifesta purtroppo nell’ambiente in cui viviamo. Se guardiamo il tipico skyline della città di oggi, gli edifici si assomigliano sempre di più. Allo stesso tempo però, a scala più piccola, come cerchiamo di fare noi di SpaceMatters, molti architetti stanno adattando artigianato e contesti locali ad un vocabolario molto contemporaneo. Sarà bello vedere questo approccio prendere slancio e portare la diversità e il senso del luogo nei nostri spazi del vivere su scala più ampia. Ciò richiederà un ripensamento fondamentale e globale della scuola architettonica rispetto a quanto oggi avviene.

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